L’ultima sinfonia del Pianista

Il pianista Miralem Pjanic dirige l'orchestra dell'Allianz Stadium

Colonna portante della Roma, approda alla Juventus tra l’euforia e l’incredulità dei tifosi Juventini, giallorossi i secondi. Un calciatore tuttofare, un guru del centrocampo. Un jolly che può ricoprire più ruoli.

Carisma, tecnica, visione di gioco. La Juve ha il suo nuovo “Maestro” dopo l’addio del tanto compianto Pirlo.

La sua vita nei ranghi della signora è stata un continuo dondolare tra apici e pedici. Prestazioni fantasmagoriche seguite da mesi di buio totale.

Un incompreso, Miralem, un calciatore, un uomo che non ha mai saputo farsi amare del tutto.
Questo modo naif di scendere in campo, il continuo cercare l’orizzontalità e, quasi mai, la verticalizzazione, l’imbucata giusta per servire il mattatore d’attacco.

Poteva essere, poteva sembrare, poteva diventare. Non lo è stato.
Ha caricato di aspettative i suoi tifosi ma una volta seduto sul dondolo non è stato più capace di scendere.

Perdonami, Mire, ti ho difeso con tutte le mie forze dai tuoi detrattori. Ho lottato strenuamente contro chi ti riteneva non all’altezza, contro chi ti riteneva inadeguato. Ero probabilmente più inebriato dalle poche giocate meravigliose che ci hai mostrato, che mi illudevano sulla tua grandezza. Sono stato forse eccessivamente romantico, legato iperbolicamente alle capacità tecniche che, ormai, nel calcio odierno, non bastano più. Non ho più le forze di chiamarti predestinato, di portare avanti lo stendardo con la tua faccia e la bandiera della Bosnia.

Mi hai tradito, Mire. Ti ho osservato attentamente, sperando che potessi far sbucare il coniglio dal cilindro, imitando gli storici prestigiatori. Un trucco banale, si, ma sempre molto efficace. Non sei riuscito a fare la “magia” che tanto agognavo.

Probabilmente quella coppa la meritavi, lei, proprio lei, quella maledetta dalle grandi orecchie che non ci fa più dormire, che ci rende inermi, ai piedi della sua lucentezza, ma evidentemente non sei stato all’altezza, come tutta la squadra del resto, di passare una notte con la più bella della scuola.
Eppure io ero lì, davanti lo schermo, sperando che potessi, almeno questa volta, perorare la mia causa contro i “bulli” che ti schernivano.

E’ malinconia questa, Mire, è proprio lei che abbraccia la mia tristezza per quello che saresti potuto essere, ma non sei stato. Ci si chiede perché possa finire così ma, all’imbrunire di una storia, tra il dolore e le lacrime, spesso si risponde: “il problema non sei tu, sono io che ti amo, che ti ho amato troppo”.

Avrei tanto sperato in un epilogo diverso.

Ciao Mire, il mio augurio è che tu possa dimostrare quello che sei ma che non sei mai voluto diventare.

Di Michele Cofano

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