Breve storia di un allenatore campione d’Italia

Ancora con l’adrenalina a mille, ancora incredulo, Maurizio entra in casa. Cuadrado l’ha impiastricciato di schiuma ed è ancora bagnato fradicio di spumante. Sale le scale pensieroso, mentre mille immagini gli attraversano la mente, dicendo tra sé e sé, come se avesse i suoi ragazzi di fronte: “se l’avete vinto con me allora siete forti, siete forti davvero”. 
Avrebbe voluto quel momento sin da subito, al fischio finale della partita. Non ha mai amato essere sotto i riflettori, preferendo quasi sempre la riflessione e l’introspezione nel suo studio, con una sigaretta in bocca. 

Mentre la squadra festeggiava aveva deciso di lasciare gli onori e le gratificazioni a quel gruppo straordinario, a quei ragazzi che hanno affrontato tutto e tutti, portando a casa l’ennesima vittoria. 

Apre la porta del suo studio totalmente sovrappensiero. L’aria è impregnata dal profumo misto di sigaretta e legno che tanto ama. Tira fuori dal cassetto della scrivania un prezioso cofanetto semi-impolverato. Soffiando via la polvere lo apre rivelando il sigaro che si era tenuto da parte per quel momento, per quella vittoria tanto agognata.  

Aspirando il sigaro. Getta fuori una consistente nuvola di fumo e piange, piange di gioia.

Piange per tutti quei momenti in cui non si è sentito all’altezza, schiacciato da una pressione insormontabile, per le difficoltà che non avrebbe mai pensato di attraversare, per le critiche.
Ha amato sin da subito l’ambiente Juventus e si è reso conto che nella sua passata esperienza al Napoli non ha per nulla compreso il sacrificio e la forza di volontà dei calciatori bianconeri, sempre affamati di vittorie, mai soddisfatti. Un sorriso si palesa sul suo volto e dice sottovoce: “i perdenti cercano alibi, i vincenti trovano soluzioni”. 

Finalmente aveva capito cosa significasse trovarsi sotto la bandiera juventina, cosa ci fosse dietro tutti quei risultati raggiunti e quella forza che contraddistingue tutto l’ambiente.

Tirando l’ultima boccata, capì di essere diventato anche lui, con sommo stupore, un po’ juventino. Perché chiunque tocchi, anche di sfuggita, l’ambiente attorno Madama, non può non restarne folgorato, come un colpo di fulmine.

Ora improvvisamente, tutto gli sembra chiaro, lampante:
“alla Juventus vincere non è importante, è l’unica cosa che conta”.
Aveva più volte rimuginato su quella frase, senza comprenderne appieno il significato.
“Adesso ho capito cosa intendevi Giampiero. Le vittorie restano negli annali, le vittorie significano crederci davvero e non mollare mai anche quando tutto sembra andare per il peggio”.

Questo scudetto è anche e soprattutto suo. 
Perché ce l’ha messa tutta per rivoluzionare una squadra rodata e abituata ad altri schemi, altri tatticismi. 
Perché anch’egli ha saputo adeguarsi alla mentalità Juve, ad essere un po’ meno categorico nei propri dettami e più elastico, capace di adattarsi ai più disparati momenti che caratterizzano una partita e una stagione, come sanno esserlo e come sanno farlo solo i grandi allenatori.

E’ fatta Mister, è tuo, è nostro. Adesso per davvero.

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