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BERNARDESCHI E’ STATO UN LUTTO D’AMORE | DI DARIO PELLEGRINI

Aprile 23

BERNARDESCHI E’ STATO UN LUTTO D’AMORE | DI DARIO PELLEGRINI

L’addio di Bernardeschi con la Juventus non è altro che lo scontato finale di una storia d’amore mai definitivamente sbocciata. “D’amore?”. Vi chiederete. Comprendo il vostro scetticismo verso un ragazzo ormai lontano dall’affetto della maggior parte del tifo juventino ma, agli albori della sua esperienza bianconera, le attese erano molto alte: qualcuno ventilava addirittura l’ipotesi di concedergli, sin da subito, la 10.

Fortunatamente poi tale narrazione fu smentita dallo stesso Federico, il quale, dichiarò in conferenza che, per vestire quella maglia, avrebbe dovuto dimostrare il proprio valore sul campo. Sembra passata una vita intera ed oggi, rileggere quelle dichiarazioni, non può che far scaturire un amaro sorriso.

Sono partito da questo antefatto per farvi comprendere quanto sia cambiata la stessa concezione di Bernardeschi come giocatore: quello appena arrivato dalla Fiorentina era un portento di classe e tecnica, un ragazzo ancora lontano dalla maturazione fisica ma, proprio per questo, capace ancora di possedere skills interessanti nello stretto. Negli anni poi proprio il fisico e le sue capacità aerobiche sono state spesso sottolineate come le sue armi principali a discapito di un incredibile involuzione tecnica che lo ha portato ad esser impiegato in quasi tutti i ruoli del campo: esterno negli ultimi anni dell’Allegri l, trequartista con Sarri, terzino con Pirlo ed infine una girandola di ruoli provati nell’Allegri ll. Da seconda punta contro il Chelsea al ruolo di mezzala ottemperato più volte nell’arco dell’ultima annata.

In nessuna di queste vesti sono mai riuscito a vedere in lui un cardine essenziale per il futuro della mia squadra del cuore e, al di là della già citata involuzione tecnico-tattica, a farmi spesso arrabbiare è stata l’incapacità di reggere mentalmente alle pressioni che un giocatore della Juventus deve sopportare. Non a caso, soltanto il primo anno, mi sono trovato d’accordo nel concedergli fiducia.

Dalla seconda stagione in poi, Federico, è spesso rimasto nel limbo del vorrei ma non riesco: ci aspettavamo una sua crescita in quanto a scelte di gioco, a mio modesto parere la sua reale pecca calcistica, comprensione dei momenti della partita e caratura internazionale. Nessuna di queste aspettative è stata esaudita, eccezion fatta per quella magica notte all’Allianz dove, insieme al suo idolo Cristiano Ronaldo, ha fatto a fette la difesa dell’Atletico Madrid: la forza dimostrata nell’episodio del rigore ottenuto riassume tutte le nostre speranze sul ragazzo.

I mesi successivi a quella partita invece hanno dato la definitiva sentenza sulla sua capacità di concentrazione, quella di un ragazzo dedito ad accontentarsi e a sparire nelle difficoltà collettive. Spesso sono stato critico con lui, talvolta credo pure di aver esagerato, ma la rabbia dimostrata nei suoi confronti non è stata altro che il frutto di una grande delusione con cui, soltanto recentemente, sono riuscito a far pace. Mettiamola così: secondo molti psicologi, la rabbia, non è altro che una fase del lutto d’amore.

L’idealizzazione di un qualcosa ormai terminato. Diamo a Federico quel che è di Federico perché, durante l’ultima annata, ha dimostrato di avere ancora degli sprazzi di gioco interessanti poi purtroppo la pubalgia lo ha fermato proprio quando sembrava pronto a riprendersi dall’infinito tunnel di mediocrità in cui è incappata: la Juventus stessa, intorno a Ottobre, pareva convinta di dargli un’altra possibilità su cifre inferiori ma, il cambio da Raiola a Pastorello, ha fatto cadere a picco le trattative. Troppo alte le richieste del suo entourage, troppa poca la disponibilità della Juventus a ragionare su certe prerogative.

Arrivati alla fine di questo enorme supplizio di sentimenti penso di dovere delle scuse a Bernardeschi: mi raccontano di un ragazzo molto sensibile e particolarmente sofferente alle critiche arrivate dal mondo bianconero e, di questo, me ne dispiaccio. Chi ha esagerato nelle critiche a suo indirizzo, sempre qualora nei limiti, lo ha fatto per troppo amore.

Inutile prendersi in giro Federico, non è stato bello e non è stato destino ma ti ho voluto un gran bene Federico. Ora riesco a scriverlo.

Di Dario Pellegrini