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LA BASE PER TORNARE GRANDI | DI DARIO PELLEGRINI

Marzo 30

LA BASE PER TORNARE GRANDI | DI DARIO PELLEGRINI

Mese tosto quello di Marzo vero? Lo è stato da italiano e da juventino. L’uscita della Nazionale dal Mondiale in Qatar è una ferita con cui faccio ancora fatico a convivere perché penso sia la manifestazione massima della mediocrità del nostro calcio e, in parte, del nostro campionato: perdere con la Macedonia del Nord, con tutto il rispetto, è inaccettabile ma, ancor di più, lo è la mancanza di personalità dimostrata da alcuni componenti della rosa azzurra. Nella sfida che ha decretato l’addio alla partecipazione più ambita in ambito internazionale abbiamo assistito a tutta la povertà di blasone del nostro parco giocatori: senza elementi chiave, inutile fare i nomi, ci basti vedere chi possiede più titoli all’attivo, è difficile andare avanti. Sarebbe facile ora dare le colpe alla Federazione e all’intero sistema calcio ma, piuttosto che puntare il dito, sarebbe più giusto iniziare a pensare alle scelte coraggiose che ci attendono: su chi impostare il nuovo ciclo azzurro? Cosa possiamo fare per migliorare il futuro della nostra Nazionale?

Cerco di dare una disamina totalmente personale e priva di alcuna ambizione assolutistica, ergo, sono aperto al confronto. Sul primo punto, vedendo chi saranno i pilastri del domani, viene spontaneo pensare come la Nazionale debba essere un posto utile a garantire esperienza ad alti livelli verso quei calciatori che, nei club, non possono farne a sufficienza. Il pensiero va in primis a Berardi, Raspadori e Scamacca che, alla luce dei possibili addi di Immobile e Insigne, saranno i nuovi titolari del nuovo corso azzurro. In attesa di Chiesa. Io non so se i tre rimarranno al Sassuolo ma, se così dovesse essere, sarà giusto rendersi conto della stagnazione del nostro calcio ed usare la Nazionale come trampolino di lancio e non come punto di arrivo: sarà pure una vergogna ma, nei fallimenti, è doveroso prendere coscienza dei propri errori ed agire di conseguenza. A tal proposito sono contento della conferma di Roberto Mancini, tecnico che non ha mai scaldato il mio cuore, ma di cui mi sono sentito ben rappresentato sia dentro che fuori dal campo: credo abbia tutte le capacità per risalire la china. Gravina rimane al suo posto e, da cittadino, un po’ me ne rammarico: non perché abbia bisogno della testa di qualcuno ma, l’immobilismo della sua presidenza, è lo specchio dell’attuale sistema calcio. Un vorrei ma non posso intrappolato nei vari incastri politici su cui si va puntualmente ad incagliare il carro delle riforme. Ultimamente ho sentito il Presidente della FIGC pontificare circa la SuperLega e l’ipotesi playoff ma, raramente, ho sentito uscire dalla sua bocca una riflessione approfondita circa le tante questioni in sospeso del nostro calcio: mi rendo conto che, qualcuna di esse, possa portargli qualche voto in meno in Consiglio Federale ma, in certi momenti, ci si aspetta che il numero uno sia pronto ad attuare dei cambiamenti piuttosto che a rimanere attaccato alla sedia rivangando i successi passati. Chi ha esperienza in questo mondo è a conoscenza di quanto poco conti il passato e, quando si tende a rivangarlo, si entra in una spirale di rivendicazione politica altamente inopportuna. Si metta al lavoro Presidente, da Tavecchio sin qua le cose non sono migliorate.

Ora che ci troviamo all’alba di Aprile possiamo fare un resoconto pure del Marzo bianconero, un mese passato in chiaroscuro così come i colori sociali della squadra che amiamo: i buoni risultati in campionato hanno fatto a pugni con la brutta figura in Champions League, i nomi del mercato estivo cozzano con la decadenza dei contratti di facce amiche. Mi rendo conto quanto sia difficile tenere la barra dritta e mantenere almeno un minimo di lucidità ma, in un momento talmente caotico, la concentrazione massima deve esser lasciata al campo: lo sa Allegri, lo sanno i ragazzi. Quella con l’Inter sarà la reale sfida dell’anno per una serie di motivazioni, una su tutte, condannare ad un’annata senza scudetto i nerazzurri. L’anno scorso la Beneamata, nello scontro di Torino, ha avuto l’opportunità di non far andare i bianconeri in CL e sarebbe stato un viatico importante della nostra storia. Chissà, forse pure della loro. Questo per dire che il destino è talmente strano e cambia così rapidamente che sarebbe un peccato non sfruttare un’occasione del genere: vincere aiuta a vincere e, se proprio lo Scudetto non dovrà stagliare sul nostro petto, sarà importante non permettere ai rivali di una vita di inscenare un ciclo.

Per il resto orecchie sull’eco del mercato perché alla Continassa si sentono molti nomi ma, la prospettiva, è di gran lunga ottimistica. La base per tornare ad essere grandi passa prima dal campo, per il resto si sta già lavorando ad una Juventus capace di tornare vincente sin da subito.

Di Dario Pellegrini