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LA RINASCITA DELLA FENICE | DI FRANCESCO DI CASTRI

Maggio 14

LA RINASCITA DELLA FENICE | DI FRANCESCO DI CASTRI

Uno dei vantaggi dell’aver studiato al liceo classico è quello (ne trovo pochi altri, ad essere sincero) di riconoscere il significato delle parole quando queste sono di origine greca o latina. La parola “dicotomia” non sfugge da questa legge, e la prima volta che la lessi, capii subito che voleva dire “diviso in due”.
Viviamo tempi strani, mi verrebbe da dire, in cui la dicotomia domina in tutti i campi e in tutti i settori. O stai di qua, o stai di là. Nella vita di tutti i giorni, questo atteggiamento sta prevalendo ovunque, e il gioco del calcio non fa eccezione.

Ce ne siamo accorti, o, meglio, qualcuno se n’è accorto quando il Presidente della Juventus, in uno dei suoi ultimi discorsi da Presidente dell’ECA (Associazione dei Club Europei), ma anche quando ha parlato all’assemblea degli azionisti, ha detto:
“Se guardiamo alle ricerche, un terzo degli appassionati segue due club a livello globale, il 10% segue i giocatori e non i club, due terzi seguono le gare perché attratti dai grandi eventi, il 40% della fascia di età 16/24, la generazione Z, non ha alcun interesse nel calcio. Semplicemente ci sono molte partite che sono non competitive a livello nazionale e internazionale e questo non cattura l’interesse dei tifosi”.

Se io non ho alcun dubbio sulla diagnosi fatta dal Presidente, ho qualche dubbio sulla cura, anche se spesso mi sono pronunciato a favore della Superlega. Non intesa come competizione “alternativa”, ma per il concetto (come si fa nel basket, ad esempio) che gli oneri (organizzazione e investimenti) e gli onori (vittorie e ricavi) debbano essere dei club, non della UEFA. Anche perché attualmente la parte “positiva” di entrambi (organizzazione e ricavi) sono in mano all’organismo continentale, mentre un’altra parte (investimenti e vittorie, ma anche infortuni, e così via) è a carico dei club.

Tornando al discorso iniziale, possiamo tranquillamente dire che la platea dei fruitori del calcio si è attualmente spaccata in due: da una parte, i tifosi tradizionali, dall’altra gli spettatori. La spaccatura è soprattutto generazionale: una (o più) generazioni sono ormai abituate a un meccanismo di visione (YouTube, Instagram o il più recente TikTok) la cui fruizione è il famoso limite dei 15 secondi: se dopo 15 secondi non si sente coinvolto, l’utente scorre la pagina e passa al contenuto successivo (o skippa, come dice mio figlio quasi undicenne).

È simile al problema che si è verificato negli anni ‘80 (fino alla fine del secolo scorso) negli Stati Uniti con il calcio, o soccer come lo chiamano loro; abituati ad altri tipi di sport (che hanno delle lunghissime pause tra un’azione e l’altra, come il football o il baseball, oppure nessuna, come il basket, ma che comunque fanno registrare dei punteggi elevati), facevano fatica a digerire uno sport in cui c’è la possibilità che nessuno segni un gol e la partita finisca 0 a 0. Inventarono gli shoot-out (una sorta di rigore in movimento) in caso di parità, oppure il punteggio in classifica con bonus legati alle reti realizzate per spingere le squadre a segnare di più, ma poi si accorsero che non era quello il problema. Era un tema prettamente culturale.

Anche adesso il problema è prettamente culturale: da un lato, chi vive il calcio da “appassionato”, andando allo stadio, o guardandosi le partite da casa anche a costo di spendere molti soldi in abbonamenti televisivi o di streaming più o meno validi (Dazn da questo punto di vista ha certificato come in Italia siamo il terzo mondo, dal punto di vista delle infrastrutture informatiche); dall’altra chi vive il calcio in modo asettico, anche andando allo stadio, ma per farsi i selfie e pubblicare le foto su Instagram, non per tifare.

Ognuno è libero di fruire dello spettacolo come più gli aggrada, però anche io, che sono molto “posato” nell’esternare il tifo, quando andavo allo stadio a fine partita ero senza voce. È proprio questa mancanza di passione, non solo nel calcio, che sembra stia colpendo le nuove generazioni, ad un primo sguardo superficiale. Ma magari non è così, perché il discorso sulla differenza tra generazioni esiste da tempo e fu riassunto dal professor Franco Nembrini, durante una lezione, leggendo quattro esempi di “anziani” che si lamentavano dei “giovani” (fin dai tempi degli Assiro-Babilonesi) e chiosata con:
“[…] l’educazione è un casino, va bene, ma è così da mo’.”

Forse non esiste solo un modo di vivere le proprie passioni, e sono sicuro che il calcio non sfugga da questa regola, e che troverà il modo di appassionare i giovani in modo differente da come aveva fatto con noi “boomer”. Citando l’amico Nino, esprimo i miei dubbi:
“il tifoso è lì perché vuole che la sua squadra vinca, lo spettatore è lì perché vuole vedere lo spettacolo per cui ha pagato.”

La dicotomia, però, non è solo generazionale, ma anche “economica”. I nuovi fruitori del calcio, gli arabi, ad esempio, sono sempre più “potenti” e ciò porta ad uno squilibrio tra quello che sarebbe bello fare e vedere e quello che in realtà viene fatto.
Anche in questo caso, solo il tempo potrà dirci se la nuova china che sta prendendo il calcio sia una cosa che porterà il “prodotto” di nuovo in auge, o lo affosserà definitivamente. La disparità economica tra i club e tra le federazioni, non derivante dall’oculatezza gestionale ma da investimenti massicci di terzi, può portare in entrambe le direzioni, all’inferno così come in paradiso.
Ora passiamo ai fatti di casa bianconera, e di come questo aspetto “dicotomico” abbia colpito anche la nostra tifoseria. Anche per quanto scrivevo prima sembra quasi che ci siano due fazioni all’interno del tifo juventino, uno pro-società e una contro.

Vi propongo un piccolo riassunto di cosa è successo dal 2010.
Nel 2010, la “Giovanni Agnelli B.V.”, società che è in pratica la cassaforte della famiglia, è tornata nelle mani della medesima, dopo un interregno durato 6 anni in cui era stata gestita da Gianluigi Gabetti; appena John Elkann ne è diventato il Presidente, a capo della Juventus è arrivato Andrea Agnelli.
Mentre veniva portato avanti il progetto dello stadio (idea nata nel 1994 durante il periodo della Triade) cambiò il management e lo staff tecnico: dalla Sampdoria arrivarono Marotta, Paratici e Del Neri. La squadra deluse, ma si posero le basi per l’anno successivo, in cui venne chiamato a dirigere la squadra una ex bandiera: Antonio Conte.

Mentre la squadra, anche inaspettatamente, e con la complicità dell’assenza dalle competizioni internazionali, portò a casa lo scudetto, nel nuovo stadio e con un percorso senza sconfitte, partirono le pressioni esterne, che per semplicità riassumo tutte di seguito:

• 2011: apertura dell’inchiesta che aveva ipotizzato il pericolo teorico di crollo colposo per alcune forniture d’acciaio ritenute non a norma, acciaio utilizzato per la costruzione dello Stadium. Dopo oltre due anni, archiviata perché il fatto non sussiste;
• 2012: Conte, per fatti avvenuti quando allenava il Siena, squalificato per dieci mesi per omessa denuncia, (non per aver fatto qualcosa, come altri due membri del suo staff, Stellini e Alessio); il procuratore Palazzi tenta di coinvolgere pure Bonucci e Pepe, ma entrambi vengono assolti perché estranei ai fatti;
• 2013: inizia la “guerra” con la curva e tra gli ultras stessi, fino a che non scatta l’inchiesta Last Banner, di cui parlerò dopo;
• 2016: il Procuratore Federale Pecoraro prova a tirare dentro la Juventus in qualunque inchiesta, inventando prove inesistenti (e infatti non accade nulla);
• 2018: Cristiano Ronaldo, appena arrivato, viene accusato di stupro, per fatti accaduti nel 2009 (mai condannato, anzi la cosa va verso l’archiviazione);
• 2019: inchiesta Last Banner: una denuncia della Juventus (che al processo si è costituita parte civile) fa partire le indagini, svolte dalla Digos della questura di Torino; alcuni gruppi organizzati di tifosi usavano una “strategia estorsiva volta a indurre i vertici della Juventus a modificare la propria politica in materia di biglietti ai gruppi ultras (motivazione della sentenza)”; alla fine vengono condannati alcuni capi ultrà e inizia la guerra fredda tra società e tifo organizzato, che comporta uno stadio non più “dodicesimo uomo”.
• 2020: Suarez, su cui si sta muovendo la Juve, sostiene l’esame per diventare cittadino italiano (dopo che la Juve aveva di fatto rinunciato al giocatore) con l’aiuto degli esaminatori: nonostante non ci sia nessun tesserato della Juve coinvolto, la Juve viene indagata lo stesso;
• 2021: Superlega: la Juventus, con altri 11 club, propone la nascita di un nuovo soggetto per l’organizzazione delle coppe europee; alla fine i cattivi sono solo Juve, Real e Barcellona;
• 2022: la Procura Federale prova a dimostrare che le plusvalenze realizzate dalla Juve (ma anche da altri, alcuni mai nominati dai media) sono state realizzate in maniera illecita; indagine nata e morta nel giro di pochi mesi.

In mezzo a tutti questi attacchi mediatico-giuridici, che vorrebbero far passare ancora il vecchio messaggio che la Juve ottiene i successi in modo illecito, la squadra ottiene 19 titoli nazionali, 9 scudetti, 5 coppe Italia, delle quali 4 consecutive, e 5 supercoppe italiana, facendo due “triplette” nazionali, nel 2014-15 e nel 2017-18.
E li ottiene nonostante altri tentativi di ostacolarla, con l’introduzione del VAR e della goal line technology, strumenti dopo la cui introduzione si è continuato a leggere “giustizia sarà fatta”, o di coinvolgerla in fatti nei quali la Juve non c’entra nulla. Ma la Juve ha continuato a vincere, perché era troppo più forte degli altri.

Poi, come tutti cicli, anche questo è finito. L’ho già detto, probabilmente è finito nel 2018, e Cristiano Ronaldo è stato il miglior tappeto sotto cui nascondere la polvere; nonostante tutto, quindi, la squadra è rimasta “competitiva” nei tre anni in cui il portoghese ha vestito il bianconero.
Poi è arrivata la stagione con nessun titolo, e io vi chiedo: quale altra squadra può vantare un decennio simile? Quale altra squadra può, nonostante abbia buona parte dei media a sfavore, alcuni in maniera palese, altri in modo più subdolo, reggere l’urto di tutti questi attacchi continuando a lavorare per migliorarsi?

Vi rispondo io: nessuna. Perché la Juventus è unica. Chi non lo sa, perché magari ha iniziato a seguire la Juventus nel 1996, o nel 2010, provi a leggere la storia di questa squadra, che dal 1897 continua a essere la più amata d’Italia (piaccia o non piaccia, cit.), e che nel 2023 festeggerà, unica squadra al mondo, i cento anni in mano alla stessa famiglia.
Proveranno ancora, e ancora, e ancora, a farci la guerra, usando mezzi leciti e meno leciti, proveranno a delegittimare le nostre vittorie, a legittimare le proprie, anche quando non limpide, sperando che la Juve bruci; non hanno ancora capito che la “fenice” bianconera rinasce sempre dalle proprie ceneri.
Tenetelo bene a mente, la Juventus non muore letteralmente mai.

Di FRANCESCO DI CASTRI