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TIFOSI COME CANI E GATTI | DI CLAUDIO BRIGNONE

Maggio 31

TIFOSI COME CANI E GATTI | DI CLAUDIO BRIGNONE

I cani ed i gatti sono considerati nemici, stanno nella stessa famiglia dei predatori e forse per questo l’istinto primordiale di sopravvivenza li porta a non sopportarsi. Anche la natura si mette di mezzo avendogli dato dei comportamenti che sono equivocabili. Il cane scodinzola felice e il gatto percepisce nervosismo, il gatto alza la coda per curiosità e il cane lo avverte come una sfida.
Nella realtà se crescono insieme, soprattutto quando son giovani, iniziano a capirsi, a sopportarsi, trovano dei punti di contatto per una felice convivenza.
Quello che succede a cane e gatto sta succedendo anche a molti esseri umani, raccolti nella grande famiglia dei tifosi e ancora più in particolare accumunati dai colori bianconeri della Juventus. Si tratta di un rapporto difficile ancora più delicato perché fanno parte della stessa specie, la Juventus.
Lo scopo di questo articolo è stato quello di cercare le origini della creazione di questa grande divisione sulla figura di Massimiliano Allegri e cercare di capire se c’è un punto di contatto per una convivenza e se le cause sono dovute a dei comportamenti equivocabili delle due parti. Per fare ciò ho cercato di capire chi sono le persone che espongono le proprie idee pro e contro l’allenatore, indagando un più in generale la loro storia e i loro pensieri.
L’origine stessa della parola tifosi giustifica dei comportamenti un po’ stravaganti e strani, infatti la parola tifosi che nasce come “tifosi sportivi” su alcuni giornali negli anni 40 per descrivere il fenomeno crescente dei sostenitori delle squadre di calcio, i cui atteggiamenti irrazionali, con scatti di nervosismo e altri comportamenti che erano i sintomi tipici della malattia vera conosciuta come tifo, ad oggi in Italia pressoché debellata, ma che in quegli anni era ancora molto presente.
Nonostante questi atteggiamenti contrapposti, i punti di vicinanza si notano immediatamente. La passione per la Juventus si sovrappone a qualunque cosa, è viscerale, a volte si legge che alcuni tifosi non vogliono il bene della società ed invece l’amore è solido ed inattaccabile da parte di tutti. Ognuno ha una storia personale, ma alla fine i colori della propria vita sportiva sono ritenuti da difendere e coccolare ogni giorno.
Anche la propria Juve ideale è praticamente la stessa. Si vuole vedere una Juve fatta di determinazione, aggressività, spirito di squadra, una Juve che non molla mai, che sudi per la maglia e con voglia di vincere sempre. Allo stesso modo, era abbastanza naturale che anche i giocatori più rappresentativi incarnassero questi principi e tra i nomi indicati ci sono la classe assoluta di Platini, l’umanità totale dell’indimenticato Gaetano e la grinta senza confini di Pavel Nedved.
Qualche differenza si nota tra le persone più giovani, quelle che sono cresciute con la Juve del Decennio, legate alle formazioni di questi anni e le persone più mature che hanno ricordi più rilevanti della Juve di Lippi, finanche a quelle di Trapattoni.
I residui di queste ultime due stagioni lasciano in tutti la sensazione che ci sia da fare molti cambiamenti in diverse aree, si va dalla dirigenza, ai preparatori, ai giocatori, ma tutti affermano che c’è molto lavoro da fare per provare a sistemare le varie difficoltà nate negli ultimi anni e che ci hanno fatto perdere l’indubbio vantaggio che si aveva sulle avversarie, soprattutto in Italia.
Come ci si aspettava c’è più soggettività sull’annosa considerazione del giocare bene o del giocare male, ma sorprendentemente siamo noi stessi ad ingigantire le distanze tra i due poli. Tutti, ma proprio tutti, indicano nel giocare bene una squadra solida, cinica, che applica la strategia giusta per vincere. Nessuno vuole vedere gli Harlem Globetrotters del calcio (chi non li conosce pensi a dei circensi del basket), tutti pensano ad una squadra organizzata, che giochi di squadra, che si aiuti per raggiungere gli obiettivi stagionali.
La distanza più rilevante e sembrerebbe quella da cui nasce la divisione pro e contro Max, è sulla importanza di un allenatore in una squadra di calcio. C’è chi considera l’allenatore determinante, soprattutto nel corso di una stagione e chi invece pensa che possa incidere in maniera più marginale e che siano i giocatori la parte imprescindibile. Qua le distanze non sono colmabili, chi ritiene Allegri e gli allenatori in generale, come molto incidenti sulle partite e sulla stagione gli dà grandi meriti nei successi e grandi responsabilità nei fallimenti, chi invece ritiene che l’allenatore incida in modo meno significativo, rivolge il proprio sguardo al valore della squadra e molto meno all’operato del tecnico seduto in panchina.
Quando si parla di futuro si torna sulla stessa barca. Ci si unisce anche sulle caratteristiche di un futuro successore di Allegri. Si va sull’allenatore straniero, tanti vogliono Klopp, altri pensano ad uno straniero che però conosca il nostro ambiente come Zidane, Deschamps o Tudor. Nessuno ha pensato a Guardiola, che probabilmente, subito dopo la firma creerebbe le stesse divisioni attuali, essendo un allenatore molto estremo.
Se devo trarre un riassunto della mia indagine, posso dire che c’è una cosa che può far tornare i tifosi a remare tutti nella stessa direzione e quella cosa si chiama Vittoria, è un aggregatore naturale, una medicina che cura i mali stagionali, una gomma che cancella tutte le macchie.
In conclusione le differenze tra sostenitori ed oppositori di Massimiliano Allegri sono molte meno di quanto si creda o si voglia far credere, la sostanziale grossa diversità è solo sulla propria idea di quanto un allenatore sia più o meno importante rispetto ai giocatori.
Come cani e gatti, bisognerebbe cominciare ad annusarsi, ad odorarsi, a fidarsi l’uno dell’altro, ad accettare le naturali differenze di atteggiamenti ed in modo semplice si comincerà a convivere più sereni.
Impariamo dalla natura ciò che gli uomini stanno dimenticando.

di Claudio (Geo) Brignone